La fotografia oltre l’istante

La fotografia oltre l’istante

Ogni fotografia nasce in un istante, ma non tutte le fotografie sono destinate a durare soltanto un istante.

È una riflessione che ha sempre accompagnato la mia attività fotografica e che ha assunto un significato particolare quando un mio ritratto di Silvia Salis è stato scelto per la copertina del suo libro “È già domani” edito da Feltrinelli Editore.

Vedere una fotografia scattata durante uno shooting trasformarsi nella prima immagine con cui un lettore entra in relazione con un libro è un'esperienza che induce a interrogarsi sul ruolo della fotografia oggi, sul suo valore e sul modo in cui scegliamo di guardarla.

Viviamo immersi nelle immagini. Le produciamo, le condividiamo e le scorriamo sugli schermi dei nostri smartphone. Una foto può raggiungere migliaia di persone in pochi minuti, attraversare piattaforme e conversazioni, raccogliere reazioni, e poi sparire rapidamente nel flusso di nuovi contenuti. Spesso le dedichiamo pochi secondi, a volte solo una frazione di secondo prima di passare alla successiva.

Eppure per me fotografare significa proprio il contrario: fermarsi. Durante uno shooting, il ritratto non è soltanto il risultato tecnico di una macchina fotografica. È il frutto di un incontro, di uno sguardo, di una relazione che spesso si costruisce in pochissimo tempo. Il fotografo cerca di cogliere un equilibrio tra luce, espressione, contesto e personalità. Cerca di catturare qualcosa che vada oltre la superficie, un elemento capace di restituire una presenza e di raccontare una persona senza esaurirla in un'immagine.

Nel caso di un ritratto da copertina di un libro, tutto assume una dimensione e un valore aggiunto. La fotografia non accompagna soltanto un contenuto, ma lo introduce. È spesso il primo elemento che i lettori incontrano prima di leggere il titolo o conoscere le parole dell'autore. Deve suscitare curiosità, suggerire un'atmosfera e creare una relazione con chi tiene il volume tra le mani.

La copertina, in questo senso, è una soglia. E la fotografia che la abita contribuisce a determinare il modo in cui quella soglia viene attraversata.

In fondo c'è un'enorme differenza tra vedere una foto su uno schermo e vederla su carta. Non è possibile stabilire quale sia meglio di entrambi: la fotografia digitale ha rivoluzionato la comunicazione, rendendo le immagini più accessibili e condivise di prima. Ma la stampa offre un'esperienza diversa, fatta di materia, dimensioni, superficie e presenza fisica.

Una fotografia stampata richiede uno spazio. Può essere tenuta in mano, osservata da vicino, appesa ad una parete o ritrovata su uno scaffale dopo mesi o anni. Questo non dipende necessariamente da una notifica, da una connessione o dalla velocità con cui sfogliamo contenuti. Rimane lì, a disposizione per un nuovo sguardo.

Il libro rappresenta forse uno degli esempi più significativi di questa persistenza. In un tempo in cui quasi tutto sembra chiedere attenzione immediata, e la fotografia sembrerebbe diventare sempre più un mezzo di consumo immediato, un volume invita a rallentare. La copertina non è soltanto uno strumento di promozione. È un oggetto che accompagna il lettore, che entra nelle case, e che può continuare a essere visto anche quando la conversazione digitale si è gia spostata altrove.

Questo non significa che le fotografie sugli smartphone abbiano perso valore. Al contrario, non siamo mai stati così capaci di documentare la nostra vita, conservare ricordi e condividere esperienze. La questione potrebbe essere un'altra: quanta attenzione siamo disposti ancora a dedicare alle immagini che produciamo e incontriamo ogni giorno?

Fotografare non dovrebbe significare solamente aggiungere un'immagine alle tante che già ci sono. Questo significa scegliere cosa merita di essere osservato, decidere come raccontarlo e assumersi la responsabilità di uno sguardo. E stampare una fotografia può essere un modo per restituire tempo, sottraendola almeno in parte alla velocità di consumo.

Per questo vedere un mio ritratto sulla copertina di È già domani è anche un'occasione per riflettere sul senso della fotografia originale. Al di là della soddisfazione personale, penso sia importante la possibilità che una fotografia continui a parlare a chi la incontra, non esaurisca il suo significato nel momento in cui viene pubblicata, e abbia una relazione con lo spettatore anche a distanza di tempo.

Il paradosso è tutto nel presente: abbiamo a disposizione più immagini di qualunque altra epoca, ma proprio per questo rischiamo di concedere sempre meno tempo a ciascuna di esse.

Per la fotografia forse il futuro non è soltanto produrre delle immagini sempre più immediate, pertette e condivise. Potrebbe consistere anche nel recuperare il piacere di fermarsi davanti a una fotografia, guardarla davvero e lasciarle il tempo di raccontare qualcosa.

Perché uno scatto può durare un secondo. Ma una fotografia, una volta riuscita ad avere un posto nel mondo, può vivere molto più a lungo.

Torna al blog

Lascia un commento